Che poi le terme non sono necessariamente una cosa rilassante.

1. Innanzi tutto, ci sono le coppie.
E, per quanto mi renda conto che, più che il vecchino asmatico che fa i fumacchi ad Abano Terme, le spa ultimamente richiamino mogli intente a risvegliare i sopiti istinti di mariti imbolsiti e che conseguentemente debbano essere attrezzate di tutto l’armamentario di luci, incensi e profumi di unbordello parigino, non trovo affatto carino che io debba passare un quarto d’ora a fissare le bolle del mio idromassaggio mentre accanto si consumano scene alla “ritorno alla laguna blu”.
Che tra l’altro poi una rischia anche di uscire incinta di non si sa chi.

2. Il massaggio rilassante non è poi così rilassante se a fartelo è un’armadio russo (apostrofo dovuto, essendo l’armadio in questione un’armadio femmina di nome Olga), a cui tenti di dare timidamente del Lei – nella vana speranza di mantenere una distanza almeno metaforica- fintanto che quest’ultima non ti consegna un perizoma di carta modello lottatore di sumo, ricordandoti che “non ci sssono lllei in stanza. Massaccio è cuossa intttima. Tu indossare qwesta mutanta, sdraiare su lettino e rilassare. Al resto pienza tutto io”.
Che poi è il momento esatto in cui capisci subito che non ti rilasserai mai.

3. Gli unguenti di cui sarai stata cosparsa durante il massaggio, se nel momento ti avranno fatto sentire tipo Messalina immersa nel latte d’asina, alla discesa dal lettino ti procureranno senz’altro contusioni multiple.
Te l’aveva detto OlKa di mettere subito ciabattine.

4. La fame. Perché dopo due ore di ammollo verrai sistematicamente assalita da una voracità che nemmeno il vescovo di “sette kg in sette giorni”.
E naturalmente tutto ciò che ti sarà offerto saranno mele e tisane.
Ormai in stato di allucinazioni gastriche, deciderai, quindi, di riempirti lo stomaco di beveroni drenanti.
Senza pensare, però, che buttar giù due litri di sbroscione ananas e finocchio in un posto in cui intorno a te c’è solo acqua e pretendere di non farsela addosso è un po’ come scaricare instagram e convincersi di poter pubblicare foto senza filtri.
E tu a quella storia che, se fai la pipì in piscina, l’acqua si colora di viola c’hai sempre creduto.

5. E poi ci sono gli uomini che nel bagno turco assumono pose in stile nobiltà pompeiana.
Che lo percepisci proprio che, invece del costume di decathlon, vorrebbero averci solo un telo bianco appoggiato lascivamente sulle gambe.
E, quando esci di corsa perché ti sei dimenticata di mandare una mail ad un cliente, i meschini in realtà sognano che tu rientri recando grappoli d’uva, nettare e ambrosia.

6. E infine la crisi termale.
Che è, in effetti, un problema da non sottovalutare.
Anche se personalmente continuo a trovare peggiore quella lavorativa.

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Le donne all’inizio

Le donne all’inizio o ci credono troppo, o non ci credono affatto.
Ma le più ci credono troppo fingendo di non crederci affatto.

Quest’ultima categoria è decisamente la mia preferita.

Lo hanno appena conosciuto e, mentre già ne stanno cercando le informazioni sentimentali su Facebook con l’ipnotica morbosità con cui Pluto (ma facciamo anche semplicemente un uomo) rincorrereb…be una salsiccia, se glielo chiederete, negheranno finanche di averlo notato;

Al primo pollice alzato (che -voglio dire- potrebbe anche averlo involontariamente cliccato sua madre mentre gli spolverava la tastiera del pc) già pensano a come potrebbe suonare il nome del loro primogenito (il nome che hanno scelto in prima elementare, s’intende) affiancato al suo cognome: eppure, se glielo chiederete, probabilmente vi risponderanno che: “ah sì, ho visto, ma i “mi piace”, si sa, non vogliono dire niente…” (op.cit.);

Finalmente ci escono e, mentre rientrano a casa – la pupilla vitrea del mostro di Milwaukee e un sorriso sognante rivolto alla targa della macchina che le precede in fila (l’ACI sola sa quante targhe si sono sentite amate dopo un primo appuntamento!)-, lanciano uno sguardo distratto alla vetrina di “La sposa chic” e intanto comunicano all’amica bramosa di notizie (c’è sempre un’amica bramosa di notizie e solitamente è quella che un pensierino su di lui pure lei – neanche tanto- in fondo ce l’avrebbe fatto) che “mah, vediamo.. per ora ci sono uscita…”;

Palpitanti e femminee come la più disgraziata delle eroine di Jane Austen, sono adesso sdraiate sul letto a pensare che forse dovrebbero avvertire la collega che si sposa che stavolta non è il caso di sistemarle al tavolo bambini&zitelle, che bisogna ricordare agli amici di comprare un kg in più di carne per la braciata di sabato, chè lui mi pare uno d’appetito, e che chissà quanto sarà contenta la zia Berenice che non finiranno come lei.

Ma (respiro) più di ogni altra cosa (respiro con pausa) penseranno:

“Adesso mi dovevi mandare un messaggio, stronzo!”

Eppure, alle amiche che il giorno successivo, in palestra, glielo domanderanno [“oh, ma poi la sera te l’ha mandato un messaggino, lo stronzo?”], esse volgeranno uno sguardo fintamente sdegnato (e anche vagamente inorridito);
quindi, raccolta tutta la calma degli dei di cui sono capaci, riservata la lacrimosa frustrazione all’ascolto di “all by myself” che inevitabilmente ne accompagnerà il rientro a casa, esclameranno:

“No, guarda, e meno male perché io quelli che mandano subito i messaggini cicciciccipuccipucci proprio non li tollero….”

Sì, vabbè.

Le donne all’inizio ci credono sempre.
Meno male che l’inizio dura mediamente una settimana.

No, allora non vengo. Che dici, vengo? Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente? Via, vengo.

C’è un momento esatto nella vita in cui improvvisamente smettono di sposarsi gli amici dei tuoi genitori. E cominciano i tuoi.

E’ allora che inizi a domandarti se non ti si noti di più andando con una borsetta perfettamente in tinta con le scarpe oppure con un/una figurante che ti ci abbia accompagnato.
Perché le alternative non sono poi molte.

LA SPOSA COMPIACENTE

E’ una cara amica compiacente, ma soprattutto è una le cui intenzioni matrimoniali sono elastiche (per non dire di dubbia convinzione) a tal punto che sei riuscita a furbescamente dirottarle verso la fase più fulgida della tua vita sentimentale (che non necessariamente coincide con la sua).

Fatto sta, ‘sta poverina l’hai costretta a sposarsi non appena ti sei resa conto di aver accalappiato il perfetto esemplare di fico con pedigree da competizione. E siccome sai già che tu e il fico con pedigree da competizione non percorrerete molta strada insieme, hai anticipato la data delle sue nozze, accertandoti che cadesse proprio dopo il tuo ritorno da quel viaggetto alle Canarie, il che farà casualmente risplendere la tua pelle ambrata tra mille paia di gambe color vecchia-zia-incassata, prematuramente strappate alle 150 denari di Calzedonia.

Perché, si sa, il giorno delle nozze la protagonista è la sposa e le amiche non devono assolutamente metterla in ombra.

LA SPOSA FETENTE

La sposa fetente è l’esatto contrario della compiacente.
Ella non si sposerà finché non sarà perfettamente certa che tu sia sufficientemente sola da non andare. Oppure da supplicare il tuo migliore amico gay di accompagnarti.

E poiché i migliori amici gay non esistono (e comunque, se esistessero, non avrebbero il volto – chiamiamolo volto- di Rupert Everett) e tu non riuscirai a trovare una scusa credibile per non andare, ebbene tu ci andrai.

E tu soffrirai e tu suderai e il tacco dei tuoi sandali si incastrerà nel selciato (chè poi qualcuno un giorno dovrà spiegarmi perché, dove solitamente si va con i tacchi, non si trova mai una sana gettata d’asfalto) e, solo quando tutti ti inviteranno pietosamente a posizionarti tra le imbarazzanti file di zitelle tanto imbolsite quanto aggressive per il tradizionale lancio del bouquet, ebbene, solo allora tu troverai la forza di scappare.

Perché non ti senti sicura a lasciare il tuo gatto a casa da solo per troppe ore.

LA GITA SCOLASTICA

Si rivela allora l’unica via di salvezza. Perché, quando si sposano due dei tuoi amici, non è un matrimonio quello a cui stai andando: è una gita scolastica.

E allora arriverete tutti commossi e fintamente adulti e finirete in coma etilico, a raccontare alla sposa di quel giorno in cui lo sposo– dai, non te lo ricordi?- sparì con Tizia, la testimone.
E poi scoprirete che no, non se lo ricordava e così, mentre loro staranno divorziando, voi continuerete a lanciarvi, felici, molliche di pane.

Perché, si sa, la loro felicità è anche la vostra

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Ogni giorno una con un ginocchio fracassato si sveglia e sa che dovrà correre.

Avevi appena gridato al mondo che per essere felici bastavano la zumba e lo sci e ti sei fracassata un ginocchio.

A sciare.

E la zumba, beh, quando sarai in grado di tornare a farla sarà già passata di moda.

 

Orbene, premesso che evidentemente gridare al mondo porta merda, sei stata i primi tre giorni a casa e in tre giorni hai saputo tutto i cazzi dei vicini, hai litigato con tua mamma, con il tuo cane, con il postino e con quello che ripara gli ombrelli proprio quando tu hai finalmente trovato una collocazione stabile per il tuo ginocchio fracassato.

Hai chiamato 3 o 4 volte al giorno quel disgraziato dell’assicurazione (che, dopo la seconda volta, aveva già capito che non lo facevi per deformazione professionale, ma per noia), hai passato ore a pianificare al meglio l’ordine delle funzioni vitali cui attendere con il minimo dispendio di energie e, ogni volta che ti sei seduta, hai pregato il cellulare, rigorosamente rimasto in camera, di raggiungerti sul divano.

 

Mai una volta che fosse venuto.

 

E ora è di nuovo venerdì sera, non piove (quindi teoricamente non avresti giustificazioni) eppure sei qui che fai cose tipo lavare i pennelli da trucco (su questo genere di attività riempivita prima o poi dovrò scriverci un post) ché di “fare un salto” in piazza o “una giratina” in centro non ti pareva proprio il caso.

 

Non ti sei neanche posta il problema: finché non avrai una gamba nuova non uscirai di casa.

 

Certo, ogni giorno ti alzi, prendi le stampelle, scendi le scale, raggiungi la cucina, fai colazione, ti cascano le stampelle, ti rialzi, sali le scale, vai in bagno, ti cascano le stampelle, ti vesti, ti cascano le stampelle, ti metti il tutore, l’hai messo male, ti rimetti il tutore, l’hai messo male di nuovo ma lo lasci così, ti cascano le stampelle, esci di casa, monti la gamba in macchina, poi sali tu, scendi la gamba dalla macchina, poi scendi tu, sali (con il culo) le scale dello studio, ti sei dimenticata la stampella in fondo, qualcuno ti prenda la stampella, dai che al primo piano c’è l’ascensore, l’ascensore è rotto, sali (sempre con il culo) un’altra rampa di scale, la stampella, te la sei dimenticata di nuovo, qualcuno mi prende questa cazzo di stampella, butti la gamba su una sedia, ti sedi sull’altra, lavori, tanto dietro la scrivania le gambe non servono, appoggi le stampelle, ti cascano le stampelle, le posizioni meglio, ti ricascano le stampelle, le butti in terra a spregio, ti sei dimenticata che non devi bere, ti scappa la pipì, riprendi la gamba, ti cascano le stampelle, raggiungi il bagno e fai la pipì. Senza sederti. Su tre zampe e una gamba parallela al pavimento.

E ti viene in mente che potresti sentire se ti prendono al circo, altro che avvocato.

 

Ogni giorno, insomma, una con un ginocchio fracassato si sveglia e sa che dovrà correre.

 

E talvolta, mentre corre, trova anche qualche medico spiritoso che ha il coraggio di chiederle se ha bisogno di certificati per il lavoro e ogni volta a rispondergli che no, grazie, non mi servono, la mia cassa è differente: io la pago, ma lei non paga me.

 

Ovvio che quando poi torna a casa di ginocchia fracassate questa ne ha due e di voglia di uscire zero.

 

Del resto, ella sa bene cosa l’attenderebbe:

 

rapidamente svanito l’entusiasmo iniziale da “week end con l’invalido”, la sventurata verrebbe condotta nell’angolo più sperduto della piazza, modello Gobbo di Notre Dame, ed ivi collocata su di una sediaccia di plastica cotta dal sole dell’estate 1982, rubata al primo barrino come ultimo atto di magnanimità del bipede più filantropico della compagnia.

 

Le borse delle amiche ormai lontane a seppellirla (in ricordo di un grande classico delle scorribande preadolescenziali: “andiamo, gli zaini si lasciano qui, tanto c’è nonna!” – e mai uno che si sia domandato che cazzo faceva la povera nonna mentre noi s’andava a corre’-), la miserabile avrebbe così trascorso il suo roboante venerdì sera, preda di cani e d’augelli e di briai molesti e di sassaiole tra bande rivali di immigrati clandestini.

 

A fine serata, i suoi amici ne avrebbero, quindi, raccolto le spoglie mortali: presumibilmente le sole parti molli chè quei 150 euro di tutore li avrebbero sicuramente già presi due sbandati per fonderne le parti metalliche e rivenderne poi la materia prima al migliore offerente.

 

No, non era il caso di uscire.

 

Quando hai un ginocchio fracassato la gente è come i peli con la ceretta:

il primo giorno che te la fai sono ancora tutti lì, saldi e fieri, come se niente fosse accaduto;

il secondo, qualcuno se l’è data, ma i più resistono e sembrano addirittura trovarci un certo gusto;

il terzo, forse ne è rimasto uno e nun ti pare neanche tanto convinto.

 

E, a questo proposito, la morale è la seguente:

 

quando ti fracassi un ginocchio non pensare di morire.

 

Pensa piuttosto: me li sono fatti i peli?

 

 

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I giorni dell’abbandono

I giorni dell’abbandono sono complicati.

Ma mai quanto quelli che quel disgraziato ha dovuto trascorrere con te.

E tu lo sai.

Un “basta, ti lascio!” al giorno per tre mesi
(il tono -anche questo tu lo sai- era quello isterico-acidulo con cui vedi l’ennesima giacchina da Zara e il tuo cervello, acidulo e isterico anch’esso, pensa: “basta, la compro!”)
e quando, al quarto mese, lui ti ha risposto: “Va bene.”
(il tono – sì, sai anche questo- era quello sconsolato e afflitto con cui quello stesso disgraziato ti dice che l’ennesima giacchina di Zara “sì, ti sta bene”)
ecco, lì forse ti aspettavi che –paraparapà- partisse lo stacchetto di Scherzi a Parte.

E allora hai anche il coraggio di disperarti.
Ma chi, io? Ma cosa dici, ingrato e fedifrago, io vedevo già casette di campagna, e staccionate, e bambini rubicondi che trotterellano sul prato con le caprette (no, via, le caprette è eccessivo), con i labrador di famiglia (meglio, più “communist but democratic”), e noi, noi che dipingevamo insieme, mano nella mano (no, mano nella mano non torna, se no come fai a dipingere?) la cameretta dell’ultimo nato con la salopette di jeans e la barchetta di carta in testa (che poi vorrei vedere chi lo fa davvero, io).

E’ in quel preciso istante che hanno il via i giorni dell’abbandono.

Fase 1: Sceneggiate alla Mario Merola che i pianti uterini di Uomini e Donne in confronto sono l’allegoria del buon gusto; sceneggiate che trovano la loro location ideale nel bagno, davanti allo specchio. Perché tu ti compiaci nel vedere quanto sei triste, quanto sei povera, quanto stai male e, nel frattempo, magari, anche nell’osservare quale sia il tuo lato migliore quando sei tutte queste cose. Noi, in particolare, (sì, a maggioranza abbiamo optato per la prima plurale) rivolgiamo i nostri sguardi da diva del cinema muto al mascara, che, con l’intensità della scena madre di una soap opera argentina, riga impietoso le guance smunte e avvilite. De gustibus.

Fase 2: L’elaborazione facebookiana del lutto. Struggente, patetica e difficile da confessare. Dunque proviamoci. Ammettiamolo tutti insieme e in coro: sono una donna emancipata, intelligente, evoluta e consapevole, resisto alla tentazione di abbandonarmi a Tiziano Ferro, ma se pubblico “Farewell” non è solo perché mi piace Guccini e sono radicalchic.

Fase 3: La fuga. Chi non è fuggito? Chi non aveva soldi o un amico compiacente presso cui parcheggiarsi lacrimevole e, soprattutto, in modo del tutto gratuito.

Riformulo la domanda: chi non è fuggito mentalmente? Chi non ha pensato: ora esco e vado con il primo che incontro?

Tutte ciance: non uscirai e, se lo farai, certamente il primo (ma anche il secondo) che incontri non ti vorrà.

E questo è un dogma.

Fase 4: L’illusione del superamento. Qui normalmente si colloca il ritorno al lavoro, l’iscrizione in palestra, al corso di uncinetto avanzato, di scrittura creativa, di cucina acrobatica, di annusamento erbe e (ma solo nei casi più gravi) il latino americano. In generale, senti, comunque, che la vita fluisce incurante di tutto (normalmente ti accompagni con letture particolarmente ispirate al senso del tempo, dell’ineluttabile, del fatalistico, con virate sul superdonnistico che, francamente, ti potevi – ma soprattutto le tue amiche ti potevano- anche risparmiare).

Fase 5: La rassegnazione. Le letture ispirate sono diventate lettiera per il tuo gatto, alla fuga con lo sconosciuto non ci pensi più (tecnicamente formuli il seguente – mi si consenta, volgare- pensiero: “io cor#@##* che esco per trovare un altro meglio di lui: e se poi mi capita ancora peggio?”.

E allora cominci a scrivere e lasci che chiunque sappia tutto di cosa ti passa per la testa.
Ma noi non l’abbiamo fatto per questo, s’intende.

 

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Pubblicità progresso

Sentitamente ringrazia.

Pinocchio non c'è più

Questo è solo un post di servizio.

Oggi è una data da segnare sul calendario. la mia cara amica/collega (in campo bloggeristico) Gnappetta ha deciso finalmente di aprire il suo vero blog. Non la conosco di persona, ma ho imparato ad apprezzarla su “faccialibro” e tutti noi fans abbiamo fatto opera di stalking per costringerla ad aprire un vero blog, minacciandola con atti vandalici.

Missione compiuta. Ha ceduto.

Ha scritto il suo primo post e tutti noi sappiamo l’ansia che si prova “la prima volta”, la speranza di vedere i primi “like” o quantomeno sapere che qualche povero Cristo legge ciò che scrivi. E magari lo trova interessante. E magari ci fa pure due risate. E magari inizia a seguirti e aspetta con ansia che tu ne scriva un altro.

Si, insomma, di solito non faccio una pubblicità così sfacciata, ma questa è un’occasione speciale che merita la giusta attenzione…

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Mens sana in corpore altrui

7chiliin7giorni1986ital

La palestra, si sa, è luogo d’elezione delle più irreversibili e invalidanti mortificazioni femminili.

Se gli uomini, piccoli e inetti, si accontentano di concorrere nella misura delle loro escrescenze, le donne no: la loro competizione è più subdola, crudele, silente.
Nessuno scontro diretto.
Le donne arrivano a gruppetti di consimili e parlano rigorosamente solo tra consimili: le consimili si riconoscono, si fiutano.

Per prime arrivano le sovrappeso, le lasciate, le licenziate, le cornificate, quelle a cui l’amica del cuore – solitamente una vincente- ha detto: “perché non ti iscrivi in palestra? Nuove amicizie, scarichi la tensione e poi, che ne sai, magari trovi anche l’amore!”, quelle, insomma, che a sta cazzata c’hanno creduto e ora sono lì e già si stanno pentendo amaramente: i leggins di decathlon (perché la tuta fa sfigata e loro lo sanno), le caviglie che sembrano pagnotte di Montegemoli già prima della prima corsetta e la maglia oversize, che vorrebbe mimetizzrae la loro morbidezza (perché il grasso ora si chiama “morbidezza”, l’hanno letto su vanity fair) ma non fa che evidenziare i timidi fossati di sudore che, impavido, si insinua tra le pieghe della succitata “morbidezza”. La fronte madida e giallastra, il capello dalla classica consistenza italica (grosso, grasso, crespo) che ha finalmente vinto la sfida contro la piastrata furente delle 7:30 e lo specchio infame.
Specchi ovunque, specchi impietosi che, se per caso qualcuna di loro aveva come l’impressione di aver perso un etto, le ricordano che no, la sua “morbidezza” è immutata.
Si collocano in ultima fila, pensando che, se potesse esserci una fila ancora più ultima dietro la parete (di specchi), vorrebbero essere lì, dimenticate da Dio, dagli uomini, ma soprattutto dalle donne. Si sorridono l’una con l’altra, compatendosi l’una con l’altra e sognando, ciascuna, che la vicina sia almeno più sovrappeso, più lasciata, più licenziata, più cornificata di lei.

E poi arrivano loro: le vincenti.
Le vincenti di oggi sono le figlie appena ventenni delle altoborghesi infelici e represse (da un punto di vista estetico non ci sono differenze: le riconosci solo perché loro fanno zumba, le madri pilates).
Le vincenti arrivano e già si divertono (ma che ci sarà da ridere mentre ti cambi le scarpe in uno spogliatoio fatiscente, dribblando peli di pube?), le vincenti hanno capelli morbidi anche al quarto corso intensivo di fit boxe, perché le vincenti non sudano mai e, se sudano, il sudore ne enfatizza la naturale fragranza delle ascelle.
Le vincenti sanno tutti i passi di tutte le coreografie che siano mai state partorite dalla mente di un qualunque coreografo gay: nessun errore, nessuna incertezza, non un solo animale non imbroccato in tutta quella maledetta fattoria del “pulcino pio”.
E allora pensi che delle due l’una: o hanno passato l’estate alla pagoda di Riglione [nota balera della provincia toscana n.d.r.] o al baby club di un villagio Valtur.
Hanno seni ritti e sodi, culi ritti e sodi, braccia toniche e no, non sono anoressiche e non sono neanche completamente stupide, come la tua autostima vorrebbe convincersi.
La pelle rosea quando le tue guance sembrano quelle di un bimbo con la febbre a 40 e il mascara perfetto (dice sia waterproof, ma tu l’hai provato e con te si è rivelato solo a proof di struccante all’acido muriatico) proprio nel momento in cui ciò che rimane della matita che ti sei data 12 ore prima (sì, perché tu lavori da 12 ore) ha deciso, al contrario, di sciogliersi nella tua cornea, provocandoti una cecità semipermanente, accompagnata da spasmi, chè se già tra tutti quei culi non riuscivi neanche a vedere l’insegnante a ‘sto punto puoi anche tornare a casa ad affogarti di Nutella.

Diversamente da quanto le seconde sarebbero portate a ritenere, le vincenti non guardano le soprappeso/lasciate/ licenziate/cornificate come guarderebbero una bufala campana (non la mozzarella, proprio la vacca), non le deridono: esse non si accorgono neanche della loro esistenza.
E questa è in effetti una bella consolazione.
Nella giungla di carni di prima scelta, le sovrappeso/lasciate/ licenziate/cornificate (che, nel frattempo, sono riuscite a trovare una più sovrappeso/lasciata/licenziata/cornificata di loro), finiscono, infatti, per guardare le loro frattaglie con rinnovata tenerezza e, complici le endorfine liberate dal tacatà che sono miracolosamente riuscite a portare a compimento (l’odiosa amica del cuore aveva ragione: “vedrai che poi ti senti meglio!”), escono dal corso di aerofitpumpacrobatico, ben sapendo che non ci torneranno più. E si vogliono quasi bene.

Hanno capito che essere qualcosa di diverso da se stesse è “come levare il tappo dalla vasca da bagno e dopo dire all’acqua che può andare dove vuole: voi provate e vedete cosa succede”.

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I titoli mi mettono ansia

In realtà anche scrivere il mio primo post mi mette ansia.

Mi mette ansia che WordPress mi ricordi che questo è il mio primo post e mi mette ansia che mi domandi: “cosa ti piacerebbe postare?”, con la stessa disinvoltura con cui la tipica commessa solerte ti guarda provare una giacca (che gli dei soli sanno quanto tempo c’hai messo a sceglierne il modello) e, con voce sudente e zuccherosa, ti sussurra: “esiste in altri 95 colori: quale ti piacerebbe provare?”.

Ecco, a me mette ansia praticamene tutto.

Ma soprattutto i titoli, le definizioni, che solo a pensarci mi viene un attacco di claustrofobia.

Sarà che con me i titoli non hanno mai funzionato, anzi, a dirla tutta mi hanno pure portato una discreta emme;

chè quando ero una “bambina” avevo le dimensioni di un “giovanotto” e ora che sono una “trentenne” ho la faccia di una “bimbaminkia”;

chè quando ero “dottoressa” mi chiamavano “avvocato” e da quando sono “avvocato” mi chiamano “signora”;

chè quando ero “fidanzata” mi dicevano che ero “sposata” e ora che sono “single”, questo lo ammetto io, so’ ‘na “zitellaccia”.

Insomma, i titoli per quanto mi riguarda non titolano proprio niente e le definizioni non mi definiscono affatto.

Quindi, niente titolo.

E, a questo punto, niente primo post.

E se a questo punto della narrazione i vostri occhi brillano dei guizzi di vitalità di un luccio e siete come assaliti dall’incontenibile istinto di cliccare la crocetta in alto a destra, pensando: “certo che ormai i blog li aprono proprio tutti…”, beh, sappiate che il pensiero che stiate pensando proprio questo mi sta facendo venire l’ansia.

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